giovedì 5 maggio 2016

Era notte a Roma

Opera di Francis Bacon
Sto scrivendo la sceneggiatura per un corto per un amico, la seconda, quando mi blocco. Non so più come sviluppare i personaggi. E allora mi metto in attesa. Cerco segni. Ma il mondo che mi circonda è muto. Non mi lancia nessun segnale. E' sordo alle mie esigenze di verità. Sordo. Sordo e muto. Ed ecco che, dopo un po', torno a vagare tra le righe del mio blog. Sono mesi che non scatto una foto. Anzi, a dirla tutta, sono un po' deluso dalla fotografia. Tutto attorno a me è un fiorire di modelle post adolescenti, mediamente carine – non dico belle, la bellezza è un'altra cosa – e di fotografi pronti a immortalarle, forse per qualche editoriale, forse per qualche servizio fotografico.

E poi ci sono gli annunci di lavoro: le famose agenzie per le vacanze estive. Quelle che quando ci parli di persona ti dicono che chi fa fotografia artistica non lavora più, suggerendoti senza dirtelo che è meglio andare a fotografare i turisti nei villaggi per loro. Oppure ci sono quelli che ti pagano per fotografare le attività che li pagano per avere visibilità sui loro siti. E io mi ritrovo a pensare: ma che cazzo, ho dedicato quattro anni della mia vita alla fotografia per tornare a fare la puttana?

Non mi piacerebbe nemmeno fare fotografia di reportage, perché lì la situazione è paradossale. Vivi a pochi centimetri da persone che hanno bisogno di aiuto, e tutto quello che puoi fare tu è fare clic. No, non fa per me. A dire il vero ogni volta che ripenso alla mia fotografia, mi viene in mente Antoine D'Agata. Mi sembra l'unico fotografo onesto che ci sia in giro. Le sue prostitute cambogiane, le sue droghe, la sua arte 'atea'. Lui è vero, onesto, meno quando fa workshop perché come si fa a insegnare a deviare dalla norma sociale? Quelle non sono cose che impari, non pagando uno sproposito a un fotografo ormai famoso almeno.

Opera di Francis Bacon
Ma io sono diverso. Io non mi drogo, non ho una passione smodata per il sesso, ammesso che quello sia un requisito, non bevo nemmeno. Mi ritrovo quindi con una appendice moscia, la mia fotocamera, a chiedermi cosa farne. Ho davanti al divano un libro di Man Ray, penso che in queste sere gli darò un occhio, chi sa mai che mi ispiri a qualcosa – ma nel nostro mondo il surrealismo ha ancora un senso? Insomma, fortunatamente ho il teatro – finora ho performato sette volte a partire da marzo.

Sto anche pensando di scrivere un monologo. Ho già alcune idee, e posso scegliere tra due registe con cui metterlo in scena. Non voglio scrivere che questo è un addio alla fotografia, ma tutto quello che io amo semplicemente non è di questo mondo, sono ancora solo, sterile, ferito, nudo, al freddo, e le vesti che mi hanno riscaldato in questi ultimi anni ora mi trovo a doverle almeno mettere in lavatrice, mentre la gente mi guarda privo di abiti e mi sa che dovrà farci l'abitudine almeno fino alla fine del ciclo di lavaggio.

Non so veramente cosa fare di questo blog, nel frattempo. Ho pensato di riempirlo, come facevo con un altro spazio, di video e di testi, per dire qualcosa senza dirlo apertamente, per indicare una strada sperando che chi mi legge non si soffermi a guardare il dito, ma è una formula che ho già testato anni fa per un altro mio blog, e l'idea di ritornarci mi lascia addosso uno strano effetto. No, volevo solo condividere con chi mi legge queste note sulla fotografia, per dire che anni fa avevo letto sia La Camera Chiara di Roland Barthes sia Sulla Fotografia di Susan Sontag, e che se all'epoca mi aveva colpito moltissimo il primo libro, ora sono molto più in linea con il secondo.

Per dire che tutto quello che mi circonda fotograficamente è inutile, e che forse quel mondo io lo devo abbandonare, almeno per un po', almeno fino a quando non rinascerà in me l'esigenza di cantare o almeno dire qualcosa in quella lingua che sia nuovo, non detto da altri. Intanto mi hanno chiamato da un concorso, uno di quello dove partecipi gratis e ricevi dei soldi se vinci, e mi hanno fatto i complimenti per lo scatto e la poesia che ho inviato. Il che significa che allora non sono cieco, allora ero sulla strada giusta. Che fine ha fatto quella strada in questi ultimi tempi?


Forse è il tempo di un nuovo canto d'amore. Mi manca tanto l'amore in questo periodo. Non parlo del sesso, dico che mi manca proprio la sensazione di trovarti di fronte a qualcuno che per te è indispensabile e da cui puoi imparare qualcosa di nuovo. E allora ho deciso di infarcire questa mia scrittura di quadri di Francis Bacon, un pittore che amo tantissimo, sperando che ispiri chi legge questo mio scritto. Mentre la mia carriera di performer prosegue e quella di fotografo si ferma per una pausa, vi lascio con queste immagini di corpi in divenire, con queste istantanee di verità, dipinte con coraggio da un uomo che non ha mai avuto problemi a scavare nella carne del reale per trovarvi qualcosa che spesso è stata definita 'angoscia'. Ma che in realtà è qualcosa di fondamentale per ognuno di noi, per le nostre vite, per i nostri futuri progressi come esseri umani. Amate questi quadri, non abbiatene paura.  


sabato 5 dicembre 2015

La Mala, finalmente sul palcoscenico

E così La Mala, lo spettacolo di Annalisa, arriva a Milano. Inizialmente rappresentato a Torino a fine novembre, va in scena nello spazio dove facciamo le prove in via Rotta, zona Niguarda. Andrà nuovamente in scena il 18 dicembre a Macao. C'è un intenso odore di pesce in scena, lo stesso che vedete in una delle mie fotografie. Il pesce è ovunque: sulle sedie, in mano al pubblico, sul palcoscenico.

Rappresenta la coscienza della protagonista, questa materia da cui promana l'odore della morte. Almeno per me. E' giusto recitare in un sottoscala. L'arte deve ripartire dal basso. Per anni ho scritto di teatro, di musica, di arte, e ho visto l'arte sfiorire. Delicatamente. Ogni giorno. Per eccesso di professionalità. Per paura di scavare dentro i nostri abissi. Per paura. Oggi non vado quasi più a vedere nessuna mostra, nessun concerto, nessuno spettacolo.

Perché so già cosa mi aspetta: la noia borghese. Il mondo si è diviso in due. Da un lato ci sono gli ultimi, i reietti, da un lato ci sono gli integrati. L'arte si è sempre posta il problema di essere un punto di contatto tra i due mondi, il mondo dell'eccezione e il mondo della norma, per farci ridefinire la norma in funzione dell'eccezione. Ma oggi quasi più nessuno si assume questo compito. Oggi l'arte è carina, fa ridere per lo più, si vuole ironica e intelligente.

E così la si è uccisa. Con l'uso del cervello. L'arte vera è fatta di viscere. Mi ricordo ancora i monologhi testoriani di Andrea Soffiantini e Adriana Innocenti, la musica post punk, le contorsioni sexy noir di Lydia Lunch, il free jazz afroamericano che parlava di radici ma anche di spiriti e fantasmi, la fisicità della voce di Diamanda Galàs, le contorsioni, i graffi e le lesioni di tanti performers.

Dov'è finito tutto quel sangue? Annalisa ne ha portato un po' in scena con la complicità di Elena. L'odore del pesce marcio. Il sangue. Quella figlia di una prostituta. Siamo tutti così. La vita è marcia. Fino al midollo. Non so di cosa spesso si accontentano i miei simili. Il lavoro, gli affetti. Cose che chiunque ci può portare via in un secondo, e che in base a una operazione di marketing del potere spesso vediamo condizionarci fin nei nostri moti più intimi.

Avere dei soldi, avere una stabilità sociale fatta di rituali. La famiglia, il denaro. Ancora oggi nel 2015 per molti sono queste le cose che contano. C'è chi ancora persegue un ideale di famiglia dettato da dogmi religiosi e da una 'tradizione' che secondo loro, addentando le proprie radici nel passato, sarebbe l'unica forma compiuta su cui si regge la nostra società. Che è qualcosa da non mettere mai in discussione, ma da adorare come se fosse un'intricata selva di ragioni e doveri.

E c'è chi in nome di questa selva di ragioni è pronto a negare le ragioni di altri, perché non arrivi ad essere istituzionalmente riconosciuto. C'è chi è pronto a sacrificare otto ore della propria giornata a un posto di lavoro alienante, che puzza di vera e propria prostituzione della propria mente e del proprio corpo, e tutto questo senza battere ciglio. C'è chi svende la propria mente a un'idea di società che è quella voluta dal potere.

E che svende il proprio corpo a un luogo dove svolgere delle attività in cambio di denaro, con cui ottemperare ai propri doveri (le bollette, l'affitto o il mutuo) e poi gestire il proprio tempo libero (nei centri commerciali). C'è, e c'era già quando scrivevo, gente che va a teatro o ai concerti come se si recasse in un centro commerciale per comprare quello che più gli si adatta, senza lasciarsi trapassare da un'intuizione sfolgorante sul nostro nulla, sul precipizio in cui tutti prima o poi incappiamo.

Annalisa domenica era lì per ricordarci che siamo tutti nati in un mare oscuro, da una madre che forse non sa con esattezza cosa fare del proprio amore, e che lo vende per denaro, e che nel nostro percorso di crescita umana incontriamo tutti la nostra propria capacità di uccidere. Con quell'odore di pesce che non ci lascia mai, quell'odore che proviene dal fondo oscuro del nostro mare interiore, dalle nostre onde, dal viavai delle emozioni e dei pensieri.

Rivedo le foto che ho scattato a quell'evento, le mie foto che ad Annalisa piacciono sempre tanto, e rivedo il suo corpo stagliarsi quasi sempre contro il nero assoluto. Il nero del profondo oceano. Quel liquido nero e scuro è la nostra vera vita. Da esso noi traiamo le nostre energie. Di questo sono ancora convinto, dopo essermi ripulito dai miei studi sulle filosofie orientali di qualche anno fa, quando, mescolandole col pensiero di Jung, ero convinto che avessimo un'ombra.

Un'ombra dal quale trarre alla luce le nostre energie più profonde. Ora, dopo aver riconsiderato tutto ed essermi riconosciuto come ateo, a distanza di tempo, credo ancora che quel mare scuro e nero, pieno di pesci, di creature viventi come noi, sia l'immagine esatta della nostra vita interiore. Una vita interiore dove la morte e la vita si intrecciano, e da cui la nostra vita sociale cerca di allontanarci.

Perché la nostra vita sociale si basa sul maldestro tentativo di scongiurare la nostra capacità di donare sia la vita che la morte. Basta davvero poco per essere assassini. Che vi dicono le notizie che da mesi circolano sui giornali di persone che uccidono in casa i propri ladri? Ma non solo. Basta poco per mettere da parte quella persona che ci dà tanto fastidio, perché con la sua vita ci ricorda dei nostri conflitti irrisolti.

Siamo tutti capaci di uccidere. Più difficile è donare la vita, il movimento opposto. Per farlo occorre rinunciare a sé, dimenticarsi di sé per un momento. Tutte le religioni parlano di questo momento come del momento più alto nella vita di un essere umano. Hanno creato tecniche, dalla preghiera alla meditazione, per arrivarci. Ma poi in fondo esiste una cosa che è la diversità di ogni essere umano dall'altro, e allora ognuno di noi arriva a quel momento solo per vie misteriose.

Per vie difficilmente etichettabili e trasformabili in un sapere. Perché esiste qualcosa che sta al di fuori di ogni tradizione, di ogni umana e accettabile conoscenza, che esattamente come il dare la morte ci pone al di fuori della socialità o della socializzazione e ci inchioda alla nostra individualità, a quella cosa che molti definiscono col termine di anima, e che in realtà consiste nella nostra capacità di offendere o guarire l'altro.

Il personaggio che Annalisa interpreta uccide perché non sa più guarire. Ma in quegli omicidi lei è vera. E' reale. Non è un tassello intercambiabile di un tutto predeterminato dall'altro. Non è una pedina. Dissemina la realtà di eventi incontrollabili, di variabili impazzite, che non possono che interrompere una seducente e noiosa tranquillità, una inutile routine. Ogni omicidio è un miracolo di cui lei si riveste, un miracolo rovesciato di segno negativo ma della cui importanza non si dubita.

Nelle foto che le ho scattato ho colto degli sguardi tristi, pensosi, ma anche una espressione di attesa e di attenzione, di apertura all'altro. Sguardi che non colgo quando vago per le città, coi volti rivolti alle vetrine o agli schermi degli smartphone in metropolitana. Ricordo ancora quando due anni fa ho scattato delle foto in giro per la città e sui mezzi pubblici vedevo quegli esseri alienati. Avevo pensato ad Annah Arendt, alla banalità del male.

Quando sento tutto ciò, che non è mai frutto di una riflessione razionale ma l'incontro tra immagini che catturo dal mondo reale e una serie di sensazioni, tutta l'attenzione estetica che domina l'arte di chi oggi come me fa fotografia viene meno. Me ne frego di avere la macchina fotografica più potente, la lente più performante, la tecnologia migliore. Quello che conta è altro. Il 'cuore', l''anima' di ciò che catturo.

Quell'anima che è visibile solo a chi guarda, e non a chi cattura una immagine. Davanti a me le cose succedono, e io in quanto essere pensante svanisco. Mi ritraggo. Araki diceva che per fare fotografie devi essere senza sesso. Ecco, per me è la stessa cosa col cervello, con la mia parte razionale. La spengo. I pensieri devono allontanarsi, deve risuonare quel buio, quel mare. Per questo spesso durante lo spettacolo mi sono commosso. Perché mi sono sentito vero.

Perché ho sentito Annalisa vera. In quel mare oscuro che è il nostro nucleo più sensibile è possibile di tutto. Come può la mia arte fotografica essere onesta e vera nei confronti di tutto questo? Conosco un solo fotografo che riesce a tuffarsi a piene mani in questo abisso e uscirne con delle voci interessanti, e quel fotografo è Antoine D'Agata. Tutto il resto, tutte le foto che quotidianamente vedo sui social network, in confronto è nulla e mi annoia.

Butterei tutto a mare – appunto – per riprendere l'anima delle cose come lui. Ma poi penso che quello è lui, e che non ha senso imitarlo. Ma sento anche che siamo tutti molto più educati di lui, molto più normalizzati di lui, molto meno capaci di tuffarci dentro il nulla e di guardare dentro l'occhio che ci osserva dalla cima della piramide. Il mio sguardo non ha ancora finito di sgrezzarsi, di lasciarsi indietro le forme ben definite, di rinunciare all'estetica.


Forse non sono ancora così libero come lui di guardarmi dentro, e fuori, senza preconcetti e senza pregiudizi, di urlare con la mia propria voce. O forse ho una voce diversa. Semplicemente. Forse non è il grido a dominarmi, ma un'altra dimensione. Forse il mio sguardo è più limpido, meno viscerale. Eppure quegli abissi mi chiamano, e sento che prima o poi mi ci tufferò, a cercare le vere forze che mi agitano e che mi rendono unico rispetto a qualsiasi altro essere umano.  



lunedì 9 novembre 2015

Into The Aquarius

Da un paio di settimane il mio percorso si è arricchito con nuovi compagni di viaggio. Sono i ragazzi di Into The Aquarius. Si tratta di una compagnia teatrale meticcia nata all'interno di un vecchio insediamento industriale milanese, composta da attori, fotografi, videomaker, registi, dj, scrittori, counselors. Il concept e la regia sono di Alessandra D'Agostino, fotografa, autrice e sceneggiatrice oltre che regista teatrale.

Il teatro che propongono è un teatro sperimentale, interattivo ed emozionale. Un teatro che non vive della separazione tra performers e pubblico, ma che si nutre della loro mescolanza. I performers interagiscono tra di loro non necessariamente a livello verbale, ma magari tramite il corpo, o le emozioni. Abbiamo già iniziato le prove per un nuovo spettacolo che si terrà a dicembre, anche se già il 21 novembre il gruppo presenterà uno spettacolo dedicato alla figura di Narciso.

Infatti Into The Aquarius presenta uno spettacolo almeno una volta ogni mese e mezzo, in situazioni sempre diverse. Nel 2013 ad esempio hanno performato durante il Milano Pride, la manifestazione dell'orgoglio omosessuale che da anni si snoda per le vie cittadine colorandole di diritti e corpi non allineati. Il gruppo ha avuto una certa fase di espansione, ora ha perso alcuni performers – perché magari si trattava di persone che hanno vissuto un certo periodo a Milano per studio o lavoro e che ora sono tornati a casa.

Pertanto si cercano nuove figure che possano sostituire le vecchie, e che possano prendere parte con le loro caratteristiche al gruppo. Io sono presente sia come fotografo che come performer. Ho partecipato a due prove del mercoledì sera, quando ci ritroviamo in un circolo Arci che ci presta la sede vicino a piazza Piola come performer, e come fotografo a una prova per lo spettacolo del 21 novembre questa domenica. In questo post potete vedere le foto da me realizzate durante le prove.

Prosegue quindi la mia attività come fotografo di teatro. Annalisa è stata molto contenta di sapere che mi dedico al teatro anche come attore, abbiamo senz'altro molte cose in comune e a breve riprenderemo anche le nostre sessioni per lo spettacolo La Parola dell'Altro per Misteria, l'altra compagnia teatrale con cui lavoro. Non penso di aver trovato ancora la forma definitiva al lavoro artistico che voglio compiere, ma gli stimoli ora come ora non mancano.

Mi rimane sempre addosso la sensazione di vivere in un mondo di finzione, di pura illusione, dove ognuno di noi ha a che fare con una socialità condivisa che in qualche modo irregimenta le nostre pulsioni più profonde, e che a questo punto della storia dell'umanità noi non sappiamo dare più un nome a queste nostre pulsioni. E' alla ricerca di queste che vago con la mia macchina fotografica, come ho fatto ieri.

Ci siamo trovati di primo pomeriggio presso l'altra sede di Into The Aquarius in via Paullo, in zona Porta Romana, al secondo piano di un istituto linguistico con molte sale libere, completamente prive di mobili, con l'eco delle nostre,voci, dei nostri passi e del nostro martello, quello che abbiamo utilizzato per realizzare un breve video per lo spettacolo del 16 dicembre. Stanze illuminate da una luce naturale che ho sfruttato per realizzare i ritratti dei miei collaboratori, per poi servirmi del neon durante le prove – la luce era molto bassa e aveva bisogno di un rinforzo.

Il Narciso che abbiamo provato è un Narciso che rifiuta di farsi ingabbiare dall'amore. Rifiuta gli altri, e io credo che il motivo di questo rifiuto non sia la fuga verso l'insicurezza, ma la ricerca di una immagine interiore che gli altri non sono più capaci di supportare. Pensieri tra uno scatto e l'altro, che mi si palesavano mentre i miei compagni performavano. I corpi difficili da congelare da uno scatto mentre si muovono, ma sempre potenzialmente affascinanti.

Ho uno scambio dialogico con Simona sul significato dell'amore, durante una breve pausa. Forse ho bucato il muro sociale dell'omertà, parlando di ciò di cui non si deve parlare. Dopo un'ora e mezza di prove ci lasciamo, ci salutiamo stringendoci le mani o baciandoci e poi ognuno per la sua strada. Io torno a piedi a Porta Romana, e mi fermo in un McDonald's per mangiarmi una brioche e bere un succo di frutta. Non c'era nient'altro aperto in questa domenica pomeriggio.

A casa rivedo le foto e la prima cosa che mi colpisce sono i ritratti: la luce naturale ha fatto un bel lavoro. Poi dopo aver cenato riprendo anche le altre fotografie, quelle delle prove, scartando quelle più improbabili e selezionando quelle più adatte a rendere conto a chi le osserverà del lavoro svolto. Si tratta di immagini che in qualche modo devono mostrare queste interazioni con Narciso, recitato a turno da tutti gli attori, questo suo sottrarsi alle altre persone che lo cercano.

Ogni attore rappresenta una persona che ha amato Narciso e che da lui è stata allontanata. Tutti perdoneranno Narciso alla fine, dicendo che lo fanno perché lo amano. Ma io con una parte di me sento che il vero motivo è che tutti sanno di essere inadeguati, che in fondo Narciso sente che la sua parte più potente non viene accolta, riconosciuta, che i suoi istinti non vengono visti, che i suoi moti dell'animo non vengono condivisi in queste relazioni.

Sarà un riconoscimento o una forma di auto protezione quella che permette agli altri personaggi di perdonare Narciso? Sono curioso di avere il quadro completo sabato 21 novembre, nel frattempo ho catturato questi momenti dai quali emerge una sospensione del giudizio, dove ogni espressione nell'avvicinarsi e nell'allontanarsi è colta nella sua purezza, nella sua mancanza di fine, di storia, di racconto, e penso di avere allora colto dei momenti puri, assoluti, non finalizzati.


Questo è forse il senso del mio lavoro. Strappare dei brandelli di verità, dei frammenti di qui ed ora, lontani da una narrazione che è mettere tutto al proprio posto, accomodare, ricucire, fare la morale, in un ipocrita senso di onnipotenza che è quello di voler decidere, di voler dettare una direzione, di voler trasmettere un messaggio sociale, di indirizzare le coscienze verso un fine superiore, quando noi in realtà veniamo prima di questo senso, e se vogliamo essere noi stessi dobbiamo dimenticarlo.  



lunedì 26 ottobre 2015

La Mala

Dopo un paio di mesi di pausa mi ritrovo a lavorare di nuovo con Elena e Annalisa. Ci vediamo di domenica presso il nuovo spazio teatrale di Misteria, in zona Niguarda a Milano. Nel parcheggio interno del palazzo ci sono dei gatti che si crogiolano al sole sopra i cofani delle automobili. Nello spazio teatrale ci sono un pianoforte e una pianola elettrica, su cui improvviso due accordi. Ci arrivo partendo dalla nuova metropolitana lilla, è la mia prima volta lì. Sono partito da Garibaldi.

Di fronte allo spazio teatrale trovo Elena, verso le tre e mezza, con in mano un pacchetto di biscotti. Annalisa ci raggiunge qualche minuto dopo in macchina e ci porge le chiavi dal finestrino. Elena mi sta parlando delle nostre conversazioni via mail. Pare che le abbia castrato le possibilità di argomentare dopo averle scritto che 'il Potere ha vinto'. Che le nostre vite sono tutte irregimentate. Elena quando non lavora per il Teatro I e per Misteria fa la cameriera lavapiatti, e mi dice che i rapporti di potere col suo capo sono la replicazione di un modello sociale diffuso.

Eppure mi esorta a cercare altro, anche se io in questi mesi di fermo ho trovato un mondo brutto di fronte a me, con pochi spurghi creativi e molta, molta omologazione. Non è un caso se mi sono fermato coi miei progetti, socialmente attorno a me non c'è nulla che io vorrei documentare. Mi sono anche allontanato dalla fotografia. Solo il giorno prima il mio amico Giovanni mi ha inviato una tesi sul fotografo cecoslovacco Miroslav Tichy, e dopo aver guardato le sue opere ho rivisto le mie vecchie fotografie con sguardo nuovamente interessato.

Dovrei anche rivedere la mia attrezzatura, fare un salto di qualità, cercare nuovi dispositivi più professionali attraverso i quali realizzare le mie opere, ma a parte i costi mi frena un po' questo estetismo di cui scopro di essere in parte schiavo, non ostante le mie realizzazioni vadano in direzione opposta. Lo scopro in una pausa di lavoro con Elena, dove le dico che quando scatto durante le prove io cerco comunque di realizzare belle immagini, mentre secondo lei io dovrei cercare di catturare momenti d'amore tra me e Annalisa, come fa Araki quando fotografa.

E' che oggi mi sembra tutto così aleatorio. Elena e Annalisa provano forsennatamente lo spettacolo che andrà in scena domenica prossima da settimane, hanno inondato il palco di vestiti usati e di pesce puzzolente e Annalisa sul palco ha ancora dei tentennamenti, fatica a volte a tirar fuori la sua parte folle e fragile, grottesca, e qualche volta favorisce invece il (melo)dramma, la tecnica. Elena la sprona, mentre io mi aggiro attorno a lei per catturare qualche istante di verità, o qualche istante fotogenico, lei che è sempre prodiga di complimenti per il mio lavoro mentre io.

Intanto le luci sono basse e quindi quasi tutte le foto vengono sfocate. Spesso mi piace questa cosa, in uno dei miei scatti odierni ritrovo le stesse tensioni dei volti fotografati da Antoine D'Agata, le stesse sfocature e lo stesso urlo. Ma spesso gli scatti che realizzo sono semplicemente inservibili. Quelli che mantengono un senso, li rivedo oggi pomeriggio al computer, sono all'incirca una quindicina e mi lasciano con la sensazione che comunque il meglio dello spettacolo teatrale stia ancora fuori dalla rappresentazione.

Riproviamo per quattro volte la prima parte dello spettacolo, quello in cui Annalisa – La Mala racconta al pubblico la propria nascita e il primo omicidio da lei commesso per salvare la vita alla propria genitrice. Elena è prodiga di consigli. Annalisa inizialmente non è ben disposta, perché reduce da conversazioni telefoniche con compagni e collaboratori che le hanno tolto un po' di forza e la proiettano nel teatro invece che nel gesto osceno. Ma Elena è lì per rimetterla in carreggiata, e tra loro due le cose funzionano molto bene.

Io sono perso tra la mia esigenza di cogliere immagini 'belle' (perché questo attaccamento all'estetica, non ostante le belle foto create con fotocamere artigianali e imprecise che ho visto ieri?) e il bisogno di verità che la mia macchina fotografica cattura quasi non ostante me. La notte precedente questa sessione ho fatto un sogno il cui senso era ricordarmi una cosa che avevo imparato da giovane con la mia educazione cattolica, ovvero che 'siamo tutti peccatori'. Eppure oggi proprio non mi va questa inclinazione filosofeggiante.

Sono ateo, e credo che dovremmo allontanarci dal linguaggio religioso. Eppure spesso mi trovo a rituffarmici. Seguendo i consigli di Elena ho dato un'occhiata al lavoro di Angélica Liddell, che a suo modo è una artista autenticamente religiosa, per quanto agli occhi di molti blasfema. Ma mi trovo a disagio con quelle pulsioni dell'anima. Sono dilaniato tra il non esserci nulla a parte il corpo e la consapevolezza che solo col corpo non andiamo lontano. Eppure vedo tutto il mondo fermo attorno a me, e i più fermi di tutti sono proprio coloro che credono nello spirito.

Resto al centro delle mie contraddizioni, o meglio delle contraddizioni del mio sapere, mentre d'istinto vorrei vivere di uno scarto, a lato, con una marginalità 'massimalista', capace cioè di produrre scienza, mentre tutto quello che vedo attorno a me è voglia di omologarsi e sparire in una maggioranza grigia e anonima, in una normalità che non dà nulla a nessuno ma che toglie a tutti le nostre bellissime variabili umane, il nostro coraggio di lottare per amore, per il desiderio, per la bellezza, per gioco.

Trovo che le mie fotografie scattate in questa sessione siano in fondo fedeli ai miei intenti, ma mentre scattavo non ne ero per nulla consapevole. In questi due mesi ho trovato solo un piccolo film di Kim Ki Duk a ricordarmi quali sono le tensioni che mi abitano. Tutto il resto è stato noia. Noia sopportata con saggezza, ma in fondo inutile zavorra. Non una nuova persona è entrata nel mio orizzonte, non una nuova forma d'arte – tranne il fotografo cecoslovacco visto ieri per la prima volta – e tutto questo mi sembra molto poco per oppormi alla forza di gravità cui vi accenno.

Eppure Annalisa è reale, ed anche Elena. Mi hanno reso partecipe di qualcosa che assieme a poche altre cose ha un nucleo di verità che è più forte di quanto considero negativo, e in fondo con le loro vite, le loro domande, le loro saggezze mi rendono partecipe di un movimento che si discosta dal nichilismo profondo di questa epoca. Me ne accorgo stamattina quando guardo la timeline di Facebook, popolata da notizie che provengono comunque dai miei amici, e sento un forte senso di disaffezione mentre bevo il mio caffé e mi fumo una sigaretta.

Il mondo che mi circonda è per lo più un mondo morto, o morente, eccezion fatta per quelle presenze che come Elena, Annalisa, Julia e pochi altri in qualche modo condividono con me lo struggimento di esistere. Una condizione dove certe domande esistenziali partono dal profondo, da una tensione che nasce dal porsi certe domande e che si realizza in uno spettacolo teatrale, in fotografie, in percorsi esistenziali spesso difficili ma in cui ogni persona che ho in mente e che mi fa compagnia anche quando sono solo si afferma a me come necessaria.


C'è una specie di magia, flebile ma ancora attiva, che mi mantiene attaccato alle cose essenziali, alle persone per me essenziali. Esiste, rema contro tutto il mondo, ma ancora mi mantiene vivo. Una magia che è quasi un ponte su un mondo alternativo. In mezzo a voi esistono queste presenze, quasi misteriose, che in mezzo a questo mare di merda omologata non accennano a placarsi e vi offrono scorci ampi su un mondo altro, ancora tutto da realizzare, in futuro. Io me le tengo strette, questa è la mia decisione.  



martedì 21 luglio 2015

La Parola dell'Altro

Sto lavorando dal 28 di giugno con la regista Elena Rumy e le mie amiche attrici Annalisa Falché e Arianna Di Nuzzo allo spettacolo teatrale La Parola dell'Altro. Lo spettacolo nasce da alcuni avvenimenti reali, ma prende il volo rispetto ad essi per diventare creatura autonoma. Finora durante le prove abbiamo realizzato due sessioni fotografiche, di cui qui vedete alcuni scatti. Domenica ci siamo trovati invece per parlare dello spettacolo, in un bar vicino al teatro dove sperimentiamo.

Lo spettacolo ha come protagoniste due donne, entrambe legate ad un uomo, che si incontrano nello spazio del mondo virtuale. Perché una di loro due si finge uomo per conoscere l'altra. In questo spazio virtuale le due donne, di cui una tenuta all'oscuro della vera identità dell'altra, iniziano ad amarsi. Seguirà un incontro reale il cui esito non vi anticipo, per non togliervi il piacere di venirci a vedere quando il lavoro sarà in scena.

Il testo cui stiamo lavorando per me ha un forte aspetto politico, perché presenta il mondo virtuale, il mondo della parola, delle chat, come un mondo di rappresentazione, un mondo digitale dove sei zero o uno, vero o falso. Questo mondo non ha nulla a che fare col mondo reale, dove una delle due protagoniste se mente lo fa per amore, per conoscere l'altra con cui divide il proprio uomo, e nei confronti della quale si ritrova a provare comunque dei sentimenti.

Ma se ci si riduce alle regole sociali tutto questo discorso diventa incomprensibile, diventa mera finzione e quindi da condannare. Nessuno deve spacciarsi per altro da sé, altrimenti non è etico nel proprio comunicare. Come spiegare nel mondo di tutti i giorni, che sempre di più sottostà alle regole del digitale, che uno scrittore come Bukowski ha costruito un alter ego, Henry Chinaski, a cui demandare l'espressione di sentimenti intimi ma anche l'esplorazione di un mondo che appartiene solo all'alter ego stesso?

Difficile nel nostro mondo vivere di queste scissioni vere e proprie, che però non portano a un allontanamento psicotico dalla realtà bensì a un arricchimento della realtà stessa. Se Elle, la ragazza che si finge uomo, riuscirà a affermare la propria alterità, allora riuscirà a presentarsi al colloquio reale con Giò essendo se stessa, e portatrice di un proprio mondo interiore con sé. Altrimenti, se si sentirà ingabbiata dal mondo delle regole – che è il mondo virtuale, non il mondo reale – non riuscirà nel suo intento e verrà semplicemente smascherata.

Questo è lo snodo attorno al quale ruota lo spettacolo. Per poter essere reale, un individuo deve anche saper mentire, saper infrangere le regole, come fanno tutti coloro che attraversano paesi stranieri senza documenti per arrivare finalmente a ricongiungersi ai propri cari o semplicemente per avere una vita migliore, o come fanno le sex workers che vivono in paesi dove la prostituzione non è considerato un lavoro riconosciuto.

Eppure sono persone vive, palpitanti, portano con sé una spontaneità e una vitalità che il mondo sociale non riesce a comprendere, a inglobare, a incasellare, e per questo spesso li rifiuta, chiamandoli clandestini e respingendoli o imprigionandoli, o considerandole vittime di schiavitù senza libera scelta, paternalisticamente. Durante una discussione a quattro io ed Elena siamo arrivati a dire che la parola, la legge, la società, sono merda.

Sono merda perché servono a nasconderci il fatto che siamo mortali. Che arriverà per tutti un giorno in cui tutto ciò che possediamo, finanche le persone che amiamo, se ne andranno e ci lasceranno per sempre andare lontano, nel nulla. Eppure la parola ha così tanto fascino perché deve distrarci da questa ineluttabilità della morte. Di qui il suo potenziale distraente e la sua capacità di irretire, noi ci sentiamo trascinati verso la parola perché ci distrae dalla paura.

Stessa cosa vale per la società e le sue regole, di cui il mondo virtuale sono una estensione. L'uomo è più grande delle regole sociali, i suoi desideri sono tali da non poter essere contemplati da esse. Per questo limitarsi a vivere secondo le regole significa suicidarsi come individui. L'uomo merita di più, vuole di più, e per questo motivo occorre essere pronti a sperimentare, come fanno le due protagoniste del nostro spettacolo.

La legge e la società ti dicono: non pensare alla morte, pensa a produrre, pensa a contribuire al vivere sociale. Ma l'uomo ha dentro di sé un'altra istanza morale, quella legge dell'amore che consiste nell'amare l'altro per quello che è, mortale e quindi fuori dalla legge. Solo se riusciranno a ottemperare a questa istanza le due nostre protagoniste potranno incontrarsi veramente, fuori dalle regole e fuori dal sociale della realtà virtuale.


Come vi ho detto più sopra non vi accenno nulla della piega che ha preso lo spettacolo, sia per invogliarvi a vederlo quando andrà in scena, sia perché potrebbe ancora cambiare nei prossimi mesi di prove. Posso solo anticiparvi che la fotografia avrà forse la sua parte in scena, a rappresentare un maschile molto junghiano e archetipico che forse sarà il motore dell'incontro tra le due donne. Vi lascio intanto al caldo di questa estate, mentre per noi le prove riprenderanno da settembre.  



domenica 7 giugno 2015

La morte e il femminile

E così esattamente due settimane fa, in una domenica di sole come oggi, ma molto meno calda, mi sono recato al Cimitero Monumentale di Milano. Sotto il sole che disegnava ombre diffuse e dure, circondato da persone che omaggiavano i loro amati defunti o turisti che visitavano le tombe di morti eccellenti, l'odore dei fiori forte, ho fotografato 174 statue funerarie. Le ho elaborate poi durante la settimana successiva, e le ho pubblicate tutte sui miei social network.

Le foto hanno avuto successo sopratutto su Tumblr: molte persone le stanno rebloggando anche adesso, a una settimana dal termine della mia pubblicazione del progetto. Come al solito le foto hanno quelle imperfezioni che mi piacciono tanto: spesso le ombre nascondono parte delle statue, magari il volto, la parte più significativa, e il bianco e nero dona particolarmente a queste immagini, che sono piaciute tanto a persone sparse per il mondo che non conosco di persona.

Il mio scopo era respirare l'atmosfera della morte, mia vecchia ossessione. Tutti dobbiamo morire. Quando moriremo, abbandoneremo tutte le persone e le cose che amiamo. Quando morirò la fotografia non mi seguirà nella tomba. Cosa significa veramente morire? Ricordo la morte di mio padre, coi medici negligenti e il personale dell'ambulanza grottesco. Una morte stupida, forse evitabile. Ma accaduta, irreversibile.

Eppure la prima cosa che ho pensato quella domenica è che purtroppo stavo fotografando la morte dei ricchi. Il cimitero monumentale di Milano è considerato luogo di visita artistica, pari in questo all'altro bellissimo cimitero che sta a Staglieno, a Genova. Chi ama i Joy Division avrà sicuramente presente la tomba presa da lì che sta sulla copertina di Closer, l'ultimo disco della band di Ian Curtis.

A ripensare a quell'immagine non mi viene esattamente in mente la sperequazione sociale, quell'immagine è sufficientemente lugubre per spazzare via il pensiero che solo chi è ricco può permettersi una tomba del genere. Eppure a me in quella domenica milanese era più che evidente: solo chi è ricco può permettersi una rappresentazione della morte. Chi è povero alla morte non pensa allo stesso modo, probabilmente.

Sarà per questo che, almeno qui in Italia, chi è povero spesso è così conformista – lo dimostra ad esempio il successo di Salvini alle elezioni di domenica scorsa - mentre chi è ricco è più anarchico, anche se magari nasconde questa sua indole, per quieto vivere, sotto la patina del perbenismo più becero? Che legame ha dunque la morte con la libertà? Credo che le due cose abbiano un legame molto forte.

Forse c'è chi crede di poter comperare la morte. Ricordo quando frequentavo una scuola di buddhismo che molte persone si vantavano di fare ricche offerte alla scuola. Anche per questo motivo l'ho abbandonata. Non mi interessava frequentare un posto dove le persone si comprano la pace e allontanano le paure a suon di banconote. Eppure, triste dirlo, è quello che succede. Mi ricordo quello che mi disse a riguardo una donna transessuale, che si professa buddhista.

“Se ti senti povero dentro, ti comporterai da persona povera. Se ti senti ricco dentro, ti comporterai da persona ricca”. Eppure è forte per me la tentazione di vivere in povertà interiore, contribuendo anche a creare un'arte povera. Anche se mi fa paura il conformismo della 'brava gente normale', quella che si lamenta perché ci sono italiani che vivono in macchina mentre altri occupano o mentre si nutrono in hotel i 'clandestini'.

E' un dubbio insanabile per il momento. Quando mi sono innamorato della fotografia, vedevo quei magnifici documentari su Daido Moriyama e Nobuyoshi Araki, e sentivo che la fotografia mi stava facendo una grande promessa. A anni di distanza, sento che quella promessa ancora aleggia nell'aria, che quando ad esempio realizzo un progetto con un'amica come Annalisa quella promessa si compie, ma quando lavoro in solitaria quella dicotomia tra ricchezza e povertà si fa sentire.

Forse che la ricchezza interiore è solo una proiezione della ricchezza esteriore? Forse che si tratta solo di una illusione, forse che noi arrediamo la nostra anima, ammesso che una cosa simile esista, esattamente come una persona facoltosa si compra una bella casa e dei bei mobili? Ma perché allora chi non ha risorse economiche spesso è ben lontano dall'immagine del rivoluzionario alla Che Guevara che lotta contro le ingiustizie e invece fomenta la guerra tra poveri?

Come è sfiancante questa distinzione tra psyche e soma, tra anima e corpo. Tra essere e avere. E se l'essere fosse una estensione dell'avere? Altrimenti come si spiegherebbe che il ceto medio basso in una città come Roma sia così vicino a associazioni razziste e omofobe come Casa Pound, almeno a vedere la televisione o i filmati che circolano in rete? Tutto questo per me sfocia in un dilemma. Devo prodigarmi per avere di più, o devo sforzarmi di avere di meno?

Quale posizione mi permetterà di crescere e svilupparmi come essere umano? Quali mezzi mettere in campo? Ho studiato religioni orientali anni fa, me lo ha ricordato la recente esibizione di Anthony Braxton a Torino col suo Sonic Genome, e le mie intenzioni erano le stesse che muovevano questi musicisti afro americani che ora sfavillano per creatività quando anche non più giovani.

Mentre le nuove generazioni non sono altrettanto brillanti in fatto di coniugare il pensiero teorico con la prassi musicale. Anzi, come iniziavo a notare mentre scrivevo di musica e iniziavo a frequentare festival internazionali di musica improvvisata, sulla scena iniziavano a far capolino generazioni più vacue, fedeli a una forma musicale, neanche tanto elaborata, ma priva di punti di riferimento intellettuali di un certo tipo. Vuoti.

Era la dittatura neo liberal che iniziava a infiltrarsi anche nel mondo creativo, con tutti i danni che esso effettua anche oggi. In tre quattro anni quel mondo è cambiato, mentre io mi spostavo al mondo della fotografia abbandonando la mia mentalità agnostica, ma interessata alla spiritualità, per diventare più ateo, e nello stesso tempo più interessato alla sovversione tramite l'arte. Al punto che le foto che ho scattato per Milano lo scorso anno mi sono sembrate più vuote di quelle di due anni fa.

Perché due anni fa stavo ancora imparando a scattare, e vedere certe forme, luci e ombre, delinearsi nei rettangoli delle mie fotografie mi lasciava con addosso la sensazione di aver avuto accesso a un mondo potenzialmente rivoluzionario, mentre ora quando giro per le strade di una città sento che la mia pelle entra in contatto con un mondo molto, troppo piccolo borghese. Un mondo che si pone solo il problema del consumo.

Eccomi dunque di fronte a due quesiti importanti per il mio sviluppo artistico cui ora come ora non so dare una risposta. Il primo problema è quello dettato dalla realtà del fatto che tutti dobbiamo morire. Cosa ci dice l'arte sulla nostra natura mortale, sulla nostra mortalità? Come la illumina? Come l'arte può sconfiggere la morte o relazionarsi ad essa in un modo o nell'altro? E poi, ricchezza o povertà? Cosa mi permetterà di scavare a fondo meglio dentro me stesso?

Mentre queste domande mi rimbombano in testa, scrivo a Eva. Eva è una ragazza giovane, di venti quattro anni. E' di origine italiana, ma vive in Germania dove può fare regolarmente e senza problemi il suo lavoro, la prostituta. Ha avuto problemi con l'eroina e altre droghe, perché anche i suoi genitori ne erano dipendenti e lei li vedeva bucarsi sin da quando era bambina. Dalle foto che pubblica sul suo blog non è esattamente il mio tipo di donna, ma mi interessava come persona.

Eva non mi ha ancora risposto. Le ho chiesto di poter diventare amici. Forse non sono ancora capace di avvicinarmi a quel tipo di persona. O forse è troppo abituata a sentirsi dare della puttana dagli italiani che la contattano e quindi magari di me che in Italia ci vivo non si fida. Ma io continuerò a cercare persone come lei. Penso che in fondo siamo tutti prostitute, e chi sceglie di fare quel lavoro è potenzialmente più onesto degli altri.

Perché sceglie di andare al nocciolo della questione. E poi il sesso è un po' come la morte: tutti proviamo desiderio e per molti il desiderio è uno scandalo, ci costringe a venire a patti con la nostra natura e a mettere da parte tutte le sovrastrutture. Il desiderio è terapeutico, esattamente come il relazionarsi con la morte. Non è per tutti, infatti tutte le religioni tentano di distaccarcene, ed è per questo che ultimamente le guardo con molto sospetto.

La mia cara amica Julia (in alto a destra trovate il link al suo blog) mi ha chiesto di aiutarla con una performance. Verrà qui a Milano il mese prossimo per parlarmene, ma via telefono abbiamo già iniziato a discuterne i dettagli. Lei è una persona vera. Si relaziona sempre col dolore nel suo lavoro, e questo non è da tutti. In lei ho ritrovato quello che mancava al mondo dell'arte quando lo ho abbandonato per dedicarmi alla fotografia. E' una persona indispensabile, e spero che col tempo abbia il successo che merita.

Julia eseguirà una performance molto forte, di fronte a un pubblico selezionato che parteciperà attivamente. Mentre scrivevo questo post mi ha telefonato, e mi ha detto che sa di poter contare sempre su di me. Cosa che a me fa molto piacere. E' una persona speciale, e sono contento di condividere con lei il suo percorso artistico. E' una delle cose che azzera tutti i miei dubbi, quelli che ho condiviso in questo breve spazio con voi che mi leggete.


Forse la chiave per capire il mio approccio alla vita è la relazione che ho con le persone cui voglio bene. Hanno tutte un contenuto forte che esprimono tramite la propria artisticità. Le nostre relazioni non sono segnate dall'appartenenza a un gruppo (un gruppo artistico ad esempio) ma dai nostri legami di amicizia. Dato che sono tutte donne, spesso mi domando che ne è del maschile, dell'uomo, nella mia vita, ma forse la nostra società è così tanto incentrata sull'uomo che probabilmente, nelle mie ricerche, ho bisogno di altro. E allora, lasciamo che sia così, senza indugi o rimpianti.  



martedì 5 maggio 2015

L'odore della morte e i black bloc

Le foto di questo post sono state scattate
a Genova circa due anni fa
E' sabato. Ieri, il venerdì, a Milano c'è stata l'inaugurazione di Expo. I comitati No Expo hanno sfilato per la città, fino a che un gruppo di dissidenti nerovestiti si sono staccati dal corteo e si sono lanciati in una performance che ha costato alla città alcune vetrine di negozi e banche distrutte, e alcune macchine incendiate. Tramite la rete vedo tutti i video che i giornalisti presenti hanno girato in mezzo ai cosiddetti – dalla stampa – black bloc.

Fino a Genova, nel 2001, i giornalisti scrivevano black block, con la kappa. Poi quell'ultima lettera si è persa per strada. Sento odore di borghesia in tutti questi accadimenti. La sento all'Expo, la sento fuori dall'Expo. La sento mentre leggo i giornali, la sento mentre vedo le immagini in rete o in televisione. Pare che il mondo in cui vivo, o quello che viene rappresentato, mi dica 'non avrai altro dio al di fuori di me', o 'non avrai altro al di fuori di me'.

E io mi sento con questo desiderio di sparire, di svanire, di smettere di essere, come diceva spesso Carmelo Bene. Come lo capisco. Perché vivere in un mondo di 'volontà e rappresentazione'? Perché vivere in un mondo così finto? Da un lato chi apparecchia padiglioni da cui lanciare lo slogan 'nutrire il pianeta', ma all'interno dei quali il cibo costa caro, e dai quali si è tagliata fuori tutta una fetta di produttori di cibo, tutti i piccoli che nel mondo lottano contro le multinazionali e che dall'ONU sono riconosciuti come la vera ricchezza del mondo – pensiamo ai campesinos.

Dall'altro, gli 'anarco-insurrezionalisti', gli 'anarcoidi', quelli che secondo le destre italiane sono collusi coi centri sociali che andrebbero sgomberati e che sono stati coccolati dalle sinistre, come se Casa Pound non fosse coccolato dalle destre, mi scatto un ritratto quel pomeriggio e il mio viso risulta ancora simmetrico, la parte destra e la parte sinistra non risultano stiracchiate dai vari Salvini o Gelmini o La Russa.

Ma, come scrivevo, si tratta sempre di un mondo piccolo borghese che non conosce altro che il neo liberismo, la morale del lavoro – sottopagato e precario – ma comunque del lavoro. Persino i milanesi che domenica scendono in piazza a pulire se la prendono con una ragazza No Expo, a suon di 'bla bla, sai solo parlare, prendi in mano una spugna e pulisci, stronza'. Eh già, i miei concittadini. L'etica del lavoro, quella di Max Weber. Quella che seda ogni protesta.

Ma stasera è sabato, e Annalisa, che conoscete tutti dalle mie foto, mi ha invitato alla sede della sua compagnia teatrale, le Scimmie Nude, per la serata intitolata 'La Fabbrica della Scimmia', in cui lei e alcuni suoi colleghi si produrranno in microsaggi di teatro, e così ci vado, per godere della creatività della mia amica, per vedere cosa lo stato della creatività può mostrarmi di diverso da quanto ho avuto modo di vedere e respirare in questi giorni di Expo a Milano.

Per arrivare allo spazio teatrale devo prendere la metropolitana fino a Garibaldi, e da lì farmi un venti minuti a piedi percorrendo tutto il cimitero monumentale, e altre due vie che poi mi portano a una piccola piazza con distributore di benzina e un paio di bar che verso le otto sono già chiusi. Mangio una focaccia al prosciutto a casa, prima di partire, e poi prego che non si metta a piovere forte.

Il cielo è infatti coperto di nuvole, e gocciola, e io non ho l'ombrello. Mentre mi avvicino alla meta da una specie di spazio capannone emerge della musica techno. Penso a una giovane ragazza che ho conosciuto tramite il suo blog, una ragazza italiana che vive a Kreutzberg o Neukolln, non ricordo più bene, appassionata di quella musica, che nella vita fa la prostituta e che da tre settimane è pulita, non una goccia di eroina, non una canna.

La persona più interessante che ho conosciuto recentemente, anche se molto giovane, perché lontana dai canoni della gente per bene che mi circonda e che mi asfissia, facendomi passare la voglia di vivere a contatto col mondo, con questo mondo omologato dove non trovi nessuno di interessante, solo persone che lavorano, e che tra una prostituzione legale e l'altra trovano il tempo di fare famiglia – non dico di amare, dico di metter su famiglia, che sono due cose diverse.

Un conto infatti è contribuire alla continuità della specie umana, o meglio contribuire integrandosi a un sistema di vita che è quello neo liberal cui tutti siamo più o meno asserviti e che si vuole l'unico modello dopo il crollo delle ideologie, fatto di palazzi, cemento, case che costano caro, cibo di plastica che costa caro, schermi televisivi ultrapiatti, crisi strutturali in mezzo alle quali preghi il tuo lavoro, unico dio, di non farti perdere i tuoi privilegi, gli unici che ti fanno sentire che esisti.

Certo, puoi anche mettere in piedi una famiglia, sposarti, fare un figlio, in mezzo a tutta questa plastica. Chi te lo impedisce? Diventi volano di un sistema che si alimenta a partire dalle tue speranze di coltivare un orticello slegato dal resto del mondo, indifferente al resto del mondo, sogno dal quale nemmeno i cosiddetti black bloc – o black block? - ti svegliano. Del resto proprio in questi giorni una migrante ha dato alla luce una piccola bambina su un barcone.

Quindi perché dovrebbe essere impossibile per una persona 'normale' far nascere una creatura in un comodissimo ospedale? La vita va avanti anche se non è vita, anche in condizioni impossibili, questo significa che c'è qualcosa di più forte di noi in ognuno di noi, anche se ultimamente è nata in me una forma di resistenza che mi porta ad evitare tutto ciò che sa di omologazione, e il desiderio di non essere come la gente che mi circonda, anche a costo della solitudine.

Perché non sta scritto da nessuna parte che occorra andare all'Expo per far ripartire l'economia, non sta scritto da nessuna parte che occorra lasciarsi incantare dai pifferai, non sta scritto da nessuna parte che io debba avere un figlio da una donna sposata in chiesa per rendere la nostra unione sempiterna e unica, in fondo io potrei anche innamorarmi di due donne contemporaneamente, e quel che conta sarebbe ciò che esse mi comunicano con la loro vita di unico, non la natura esclusiva di un mio sentimento.

Ma dicevamo, il teatro del sabato sera. Eccomi dunque nella piccola piazza dove sorge la sala della compagnia teatrale delle Scimmie Nude. Arrivo verso le otto, lo spettacolo inizia verso le otto e quarantacinque. C'è già un po' di gente davanti, che aspetta, io mi accendo una sigaretta e improvvisamente appare Giovanni. Non gli dirò che lo spettacolo che mette in scena lui è uguale a quello dell'anno scorso, e che quindi ha buttato via un anno di workshop secondo me.

Ma questa cosa è un po' rappresentativa di quel che vi dicevo poco sopra a proposito dell'omologazione. Ne è un sostanzioso esempio. E' vestito di scena, elegante, e mi chiede se ho portato con me la macchina fotografica. Gli dico che no, l'ho lasciata a casa. Mi chiede allora se posso riprenderlo col suo IPhone, ma poco dopo lo richiamano dentro, e coll'IPhone, quindi non lo immortalerò.

Mi fermo a fumarmi un'altra sigaretta – sono compulsivo, i migliori lo sono – e ascolto i dialoghi della gente che mi sta attorno, dopo aver salutato l'attuale compagna di Giovanni. C'è una famiglia composta da tre persone proprio di fronte a me, che me ne sto appoggiato alla porta con in mano la mia sigaretta. La ragazza, giovane, commenta un post su un social network che legge dal cellulare. In pratica in questo messaggio si dice: cosa sono quattro vetrine rotte confrontate alla corruzione di Expo?

Il padre e la madre di questa ragazza iniziano a parlare di incontri improbabili con militanti di Lotta Comunista, che loro vedono come residui del passato. Io penso alla ragazza che si prostituisce e che balla musica techno, e penso che in fondo anche quando scrivevo di teatro il pubblico che mi circondava tra un accredito e l'altro è sempre stato piccolo borghese, come mentalità, quindi ci sta incontrare persone che descrivono chi è 'diverso' seguendo schemi vignettistici.

Meno bene va però per il teatro, perché l'ottanta per cento di quello che vedo in questa serata fa ridere. Che cazzo, ho giusto visto Zelig in televisione. Chi lo dice che il teatro deve far ridere? Io voglio le lacrime e il sangue, non il prolungamento di quello che vedo dal mio schermo televisivo. Ma vi racconterò meglio più avanti. Intanto vi dico che questa famigliola riesce per un attimo a farmi desiderare di tornare indietro, al capannone, per sfaldarmi il cervello di techno e magari buttar giù una pasta.

Ecco quello che i milanesi non capiscono. Che se esistono i black block, o black bloc, la colpa è loro. E' l'eccesso di omologazione che provoca tutti i comportamenti antisociali distruttivi che potete immaginare. Già, è proprio colpa della brava gente che lavora. Ma io non mi volterò indietro col mio segreto, come scriveva il poeta. Non capirebbero. Mi assale la tristezza. Quanta fragilità nel mondo che mi circonda. Quanto non senso.

Intanto da dentro ci invitano finalmente a entrare. Lo spazio per gli attori è piccolino, ed è ricavato dal salone del teatro che per il resto è stato coperto di sedie e panchine. Mi ricavo uno spazio in prima fila. Mi alzo un attimo per andare a pisciare, chiudo a chiave la porta del bagno e per un attimo sono contento che l'ondata di omologazione non mi impedisca di svuotare la vescica. Sono ancora di carne e sangue, ho ancora dei bisogni fisiologici, per dio.

Ritorno al mio posto, che non è stato occupato, e la serata inizia. C'è un ragazzo che interpreta un supereroe anziano, un altro ragazzo che interpreta un adulto rimasto bambino, c'è una bella ragazza che interpreta due gemelle, una nevrotica e una sciantosa, ci sono Giovanni e i suoi amici che interpretano uno spettacolo sulla violenza, ma uguale a quello che hanno fatto lo scorso anno, solo che qui non c'è testo, quindi è più semplice, poi c'è una ragazza che interpreta un testo di Virginia Woolf.

E poi c'è Annalisa, che va in scena con la sua amica Simona e un altro ragazzo. Avviene tutto a luci spente. E' una pecca perché non si vedono i corpi sul palco, ma anche nel buio si capisce che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso. Annalisa urla 'Non c'è più fragilità' in francese, altre frasi sparse nel buio, mentre un laptot e due cellulari scandiscono con luci on and off il tempo dello spettacolo.

Voci che gridano, corpi al buio. Non è forse quello che siamo, nella devastante cornice di un mondo che ci vuole non fragili ma perfetti, pronti per eseguire tutti i giorni la stessa performance, il posto di lavoro, i sorrisi stereotipati ai nostri cari, l'emarginazione di chi non ce la fa perché vedere chi non resiste significa interrogarsi sulle proprie debolezze ed è meglio, molto meglio, lasciare lontano da noi tutto questo, non vedere, per non metterci in ginocchio a interrogarci su chi siamo?

E' un piccolo lavoro ovviamente, un piccolo saggio, una decina di minuti o un quarto d'ora, ma ne apprezzo l'alterità, l'assenza di bisogno di ammiccare al pubblico, l'intransigenza. Quando tutti gli spettacoli finiscono e esco dalla sala per accendermi l'ennesima sigaretta, sento delle ragazze che dicono che dello spettacolo di Annalisa e Simona non ci hanno capito un cazzo. So per certo che non è nemmeno colpa del buio, anche se avessero visto i corpi performare sarebbero rimaste stranite.

Però è stato bello vedere questo piccolo saggio di resistenza, resistenza al compiacimento, resistenza all'ammicco, resistenza al coinvolgimento forzoso del pubblico tramite una strizzata d'occhio, un sorriso, una battuta. Niente di tutto ciò. E' un teatro come rito, dove i corpi si mescolano all'elettronica per creare qualcosa che è in linea con tutto quanto ho sempre ricercato nell'arte, un rito postmoderno per corpi prostrati e nudi, affamati e palpitanti di vita contro il freddo della tecnologia che ne scandisce il ritmo.

Finiti gli spettacoli mi avvicino al banchetto dove mi nutro di un paio di fette di torta e di un paio di bicchieri di vino, mentre attorno a me la piccola ma accogliente mondanità del teatro rifiorisce. Per me la serata è Annalisa, riconosco il filo rosso delle nostre discussioni, delle nostre passioni comuni, mentre tutto il resto mi è estraneo come Expo e i black block, o black bloc, insomma quelli nominati dai giornalisti ma che nessuno sa chi siano o che vogliano perché un Poveda che vada in mezzo a loro a documentarli ancora non lo si vede all'orizzonte.

Dopo essermi riempito la pancia mi giro e inizio a guardarmi attorno, saranno passati una decina di minuti dalla fine degli spettacoli e in un angolo trovo Annalisa con un'altra mia amica, Daniela, e mi avvicino. Iniziamo a parlare, Daniela mi ricorda alcune discussioni sul tema prostituzione, poi ci mettiamo a parlare di altro, di cose che ci riguardano, e penso che in fondo basta poco, basta una presenza che ti è affine per spazzare via la plastica del piccolo mondano di una serata a teatro.

Incontro anche un'altra donna, Liliana, che segue i miei social perché trova intense le mie fotografie, così mi dice. E penso che in fondo la mia arte colpisce tanto singole persone, ma non ha presa sulla massa perché anche quei miei bianchi e neri trasmettono il desiderio di uscire da un contesto sociale di massa per spegnere tutto, almeno per un attimo, e mettersi a contemplare una realtà in un'altra realtà, aprire le porte della percezione, insomma cosa da Lotta Comunista.

Io lotto, Annalisa lotta, Simona lotta. Il mondo attorno a noi è rilassato, sbottonato, va a teatro per farsi una risata come a un qualsiasi spettacolo comico. Mi dice Annalisa che è così da un po' di tempo, che di ricerca vera quasi nessuno si occupa più. Penso che ho smesso di scrivere di teatro e di musica nel momento giusto, quando l'arte ha cominciato a sputtanarsi, e che tramite le mie fotografie mi sono nutrito di tutto quanto il mondo dell'arte non avrebbe più potuto darmi.

Non è un caso che mi trovi bene con persone così, che come me non sono adatte a rinchiudersi in una villetta a schiera col cane. Penso anche ad altre persone che ho conosciuto di recente e mi sono rimaste dentro, e penso che in fondo, chi più chi meno, siamo fatti tutti della stessa pasta. E siamo in minoranza. Ma è solo così che voglio vivere. Il resto del mondo, quello che stasera ci ha circondato ma non ci ha vinto, è finto.

Alla fine della serata Annalisa mi riaccompagna in stazione, perché devo prendere un treno per tornare a casa mia. Faccio tutto il percorso cercando di guardare fuori dal finestrino per leggere le indicazioni relative alle fermate, perché è l'ultimo treno e se sbaglio a scendere sono tutti cazzi miei. Poi mi faccio il percorso dalla stazione a casa camminando e fumandomi l'ennesima sigaretta, e penso a quanto sia vuoto il mondo in cui vivo.

C'è tanta gente che con me e Annalisa non si soffermerebbe a perdere il proprio tempo prezioso, perché la vita deve andare avanti, occorre lavorare, produrre, omologarsi, procreare, obbedire alle leggi, mentre noi due crediamo esista uno spazio sacro dove inginocchiarsi, abbandonare il mondo che ci circonda e noi stessi, e lasciarsi andare alle forze dionisiache che ci agitano. Lei lo fa col teatro, io con la fotografia.

Le nostre lingue non sono pure, ma recano sulla punta tutta la sporcizia della polvere e della tempesta. I nostri vestiti sono sporchi di sabbia, la sabbia del tempo. Non abbiamo tempo per truccarci e uscire, a meno che non sia per andare in bettole malfamate dove la vita puzza e il sudore cola sul grasso di chi prova a volare pur non avendo ali, sentendo tutto lo schianto della carne contro il pavimento.

Non so di cosa vivete voi che state là fuori e mi leggete, ma so che tutto quello che vi raccontano, i copioni in cui cercano di imbrigliare le vostre vite, è finzione. Non se nemmeno perché, quando leggete queste righe, non vi scuotete. Non penso che sia perché non sono abbastanza convincente. Non credo mi manchino gli espedienti retorici. Credo proprio che manchi a voi una certa esperienza di vita. O forse vi manca una certa curiosità.

Non vi ha mai sfiorato il dubbio che il mondo non è come ve lo raccontano? Che tutto quello per cui vi affannate sia falso? Non vi è mai successo che la testa vi portasse da una parte, mentre il vostro corpo vi portava in tutt'altra direzione? Mai una disfunzione? Mai qualcosa che vi abbia fatto dubitare della realtà, delle parole, dei miti, di tutto ciò che ci troviamo in casa, dal frigorifero alla lavatrice? Pensate che sia tutto lì dentro, tra quelle mura, sul serio?

Provate ad avvicinarvi a me e Annalisa, alla nostra arte, provate a farvi portare lontano. Dentro di voi. Avete forse rinunciato alla vostra ricchezza interiore, ma l'insoddisfazione, quella che scoppia improvvisa per la strada come i black block, o black bloc, prima o poi vi angoscerà. Ma oggi è più probabile che i vostri problemi siano una rata del mutuo, o una delle mille cose irraggiungibili che vi tengono all'amo come un pesce in un fiume.

Non so cosa fare per smuovervi, non so nemmeno se lo voglio veramente. So che ho fame di anime affini, e che certi incontri mi saziano, mentre altre cose, la maggior parte, mi lasciano completamente indifferente. Non avete nemmeno idea di quante sigarette ho fumato mentre scrivevo queste righe. Non tantissime, vi dico il vero, ma abbastanza. Però posso dirvi il perché fumo: per cacciare via l'odore di morte che mi sento attorno. Quell'odore che promana da me e anche da voi.