martedì 5 maggio 2015

L'odore della morte e i black bloc

Le foto di questo post sono state scattate
a Genova circa due anni fa
E' sabato. Ieri, il venerdì, a Milano c'è stata l'inaugurazione di Expo. I comitati No Expo hanno sfilato per la città, fino a che un gruppo di dissidenti nerovestiti si sono staccati dal corteo e si sono lanciati in una performance che ha costato alla città alcune vetrine di negozi e banche distrutte, e alcune macchine incendiate. Tramite la rete vedo tutti i video che i giornalisti presenti hanno girato in mezzo ai cosiddetti – dalla stampa – black bloc.

Fino a Genova, nel 2001, i giornalisti scrivevano black block, con la kappa. Poi quell'ultima lettera si è persa per strada. Sento odore di borghesia in tutti questi accadimenti. La sento all'Expo, la sento fuori dall'Expo. La sento mentre leggo i giornali, la sento mentre vedo le immagini in rete o in televisione. Pare che il mondo in cui vivo, o quello che viene rappresentato, mi dica 'non avrai altro dio al di fuori di me', o 'non avrai altro al di fuori di me'.

E io mi sento con questo desiderio di sparire, di svanire, di smettere di essere, come diceva spesso Carmelo Bene. Come lo capisco. Perché vivere in un mondo di 'volontà e rappresentazione'? Perché vivere in un mondo così finto? Da un lato chi apparecchia padiglioni da cui lanciare lo slogan 'nutrire il pianeta', ma all'interno dei quali il cibo costa caro, e dai quali si è tagliata fuori tutta una fetta di produttori di cibo, tutti i piccoli che nel mondo lottano contro le multinazionali e che dall'ONU sono riconosciuti come la vera ricchezza del mondo – pensiamo ai campesinos.

Dall'altro, gli 'anarco-insurrezionalisti', gli 'anarcoidi', quelli che secondo le destre italiane sono collusi coi centri sociali che andrebbero sgomberati e che sono stati coccolati dalle sinistre, come se Casa Pound non fosse coccolato dalle destre, mi scatto un ritratto quel pomeriggio e il mio viso risulta ancora simmetrico, la parte destra e la parte sinistra non risultano stiracchiate dai vari Salvini o Gelmini o La Russa.

Ma, come scrivevo, si tratta sempre di un mondo piccolo borghese che non conosce altro che il neo liberismo, la morale del lavoro – sottopagato e precario – ma comunque del lavoro. Persino i milanesi che domenica scendono in piazza a pulire se la prendono con una ragazza No Expo, a suon di 'bla bla, sai solo parlare, prendi in mano una spugna e pulisci, stronza'. Eh già, i miei concittadini. L'etica del lavoro, quella di Max Weber. Quella che seda ogni protesta.

Ma stasera è sabato, e Annalisa, che conoscete tutti dalle mie foto, mi ha invitato alla sede della sua compagnia teatrale, le Scimmie Nude, per la serata intitolata 'La Fabbrica della Scimmia', in cui lei e alcuni suoi colleghi si produrranno in microsaggi di teatro, e così ci vado, per godere della creatività della mia amica, per vedere cosa lo stato della creatività può mostrarmi di diverso da quanto ho avuto modo di vedere e respirare in questi giorni di Expo a Milano.

Per arrivare allo spazio teatrale devo prendere la metropolitana fino a Garibaldi, e da lì farmi un venti minuti a piedi percorrendo tutto il cimitero monumentale, e altre due vie che poi mi portano a una piccola piazza con distributore di benzina e un paio di bar che verso le otto sono già chiusi. Mangio una focaccia al prosciutto a casa, prima di partire, e poi prego che non si metta a piovere forte.

Il cielo è infatti coperto di nuvole, e gocciola, e io non ho l'ombrello. Mentre mi avvicino alla meta da una specie di spazio capannone emerge della musica techno. Penso a una giovane ragazza che ho conosciuto tramite il suo blog, una ragazza italiana che vive a Kreutzberg o Neukolln, non ricordo più bene, appassionata di quella musica, che nella vita fa la prostituta e che da tre settimane è pulita, non una goccia di eroina, non una canna.

La persona più interessante che ho conosciuto recentemente, anche se molto giovane, perché lontana dai canoni della gente per bene che mi circonda e che mi asfissia, facendomi passare la voglia di vivere a contatto col mondo, con questo mondo omologato dove non trovi nessuno di interessante, solo persone che lavorano, e che tra una prostituzione legale e l'altra trovano il tempo di fare famiglia – non dico di amare, dico di metter su famiglia, che sono due cose diverse.

Un conto infatti è contribuire alla continuità della specie umana, o meglio contribuire integrandosi a un sistema di vita che è quello neo liberal cui tutti siamo più o meno asserviti e che si vuole l'unico modello dopo il crollo delle ideologie, fatto di palazzi, cemento, case che costano caro, cibo di plastica che costa caro, schermi televisivi ultrapiatti, crisi strutturali in mezzo alle quali preghi il tuo lavoro, unico dio, di non farti perdere i tuoi privilegi, gli unici che ti fanno sentire che esisti.

Certo, puoi anche mettere in piedi una famiglia, sposarti, fare un figlio, in mezzo a tutta questa plastica. Chi te lo impedisce? Diventi volano di un sistema che si alimenta a partire dalle tue speranze di coltivare un orticello slegato dal resto del mondo, indifferente al resto del mondo, sogno dal quale nemmeno i cosiddetti black bloc – o black block? - ti svegliano. Del resto proprio in questi giorni una migrante ha dato alla luce una piccola bambina su un barcone.

Quindi perché dovrebbe essere impossibile per una persona 'normale' far nascere una creatura in un comodissimo ospedale? La vita va avanti anche se non è vita, anche in condizioni impossibili, questo significa che c'è qualcosa di più forte di noi in ognuno di noi, anche se ultimamente è nata in me una forma di resistenza che mi porta ad evitare tutto ciò che sa di omologazione, e il desiderio di non essere come la gente che mi circonda, anche a costo della solitudine.

Perché non sta scritto da nessuna parte che occorra andare all'Expo per far ripartire l'economia, non sta scritto da nessuna parte che occorra lasciarsi incantare dai pifferai, non sta scritto da nessuna parte che io debba avere un figlio da una donna sposata in chiesa per rendere la nostra unione sempiterna e unica, in fondo io potrei anche innamorarmi di due donne contemporaneamente, e quel che conta sarebbe ciò che esse mi comunicano con la loro vita di unico, non la natura esclusiva di un mio sentimento.

Ma dicevamo, il teatro del sabato sera. Eccomi dunque nella piccola piazza dove sorge la sala della compagnia teatrale delle Scimmie Nude. Arrivo verso le otto, lo spettacolo inizia verso le otto e quarantacinque. C'è già un po' di gente davanti, che aspetta, io mi accendo una sigaretta e improvvisamente appare Giovanni. Non gli dirò che lo spettacolo che mette in scena lui è uguale a quello dell'anno scorso, e che quindi ha buttato via un anno di workshop secondo me.

Ma questa cosa è un po' rappresentativa di quel che vi dicevo poco sopra a proposito dell'omologazione. Ne è un sostanzioso esempio. E' vestito di scena, elegante, e mi chiede se ho portato con me la macchina fotografica. Gli dico che no, l'ho lasciata a casa. Mi chiede allora se posso riprenderlo col suo IPhone, ma poco dopo lo richiamano dentro, e coll'IPhone, quindi non lo immortalerò.

Mi fermo a fumarmi un'altra sigaretta – sono compulsivo, i migliori lo sono – e ascolto i dialoghi della gente che mi sta attorno, dopo aver salutato l'attuale compagna di Giovanni. C'è una famiglia composta da tre persone proprio di fronte a me, che me ne sto appoggiato alla porta con in mano la mia sigaretta. La ragazza, giovane, commenta un post su un social network che legge dal cellulare. In pratica in questo messaggio si dice: cosa sono quattro vetrine rotte confrontate alla corruzione di Expo?

Il padre e la madre di questa ragazza iniziano a parlare di incontri improbabili con militanti di Lotta Comunista, che loro vedono come residui del passato. Io penso alla ragazza che si prostituisce e che balla musica techno, e penso che in fondo anche quando scrivevo di teatro il pubblico che mi circondava tra un accredito e l'altro è sempre stato piccolo borghese, come mentalità, quindi ci sta incontrare persone che descrivono chi è 'diverso' seguendo schemi vignettistici.

Meno bene va però per il teatro, perché l'ottanta per cento di quello che vedo in questa serata fa ridere. Che cazzo, ho giusto visto Zelig in televisione. Chi lo dice che il teatro deve far ridere? Io voglio le lacrime e il sangue, non il prolungamento di quello che vedo dal mio schermo televisivo. Ma vi racconterò meglio più avanti. Intanto vi dico che questa famigliola riesce per un attimo a farmi desiderare di tornare indietro, al capannone, per sfaldarmi il cervello di techno e magari buttar giù una pasta.

Ecco quello che i milanesi non capiscono. Che se esistono i black block, o black bloc, la colpa è loro. E' l'eccesso di omologazione che provoca tutti i comportamenti antisociali distruttivi che potete immaginare. Già, è proprio colpa della brava gente che lavora. Ma io non mi volterò indietro col mio segreto, come scriveva il poeta. Non capirebbero. Mi assale la tristezza. Quanta fragilità nel mondo che mi circonda. Quanto non senso.

Intanto da dentro ci invitano finalmente a entrare. Lo spazio per gli attori è piccolino, ed è ricavato dal salone del teatro che per il resto è stato coperto di sedie e panchine. Mi ricavo uno spazio in prima fila. Mi alzo un attimo per andare a pisciare, chiudo a chiave la porta del bagno e per un attimo sono contento che l'ondata di omologazione non mi impedisca di svuotare la vescica. Sono ancora di carne e sangue, ho ancora dei bisogni fisiologici, per dio.

Ritorno al mio posto, che non è stato occupato, e la serata inizia. C'è un ragazzo che interpreta un supereroe anziano, un altro ragazzo che interpreta un adulto rimasto bambino, c'è una bella ragazza che interpreta due gemelle, una nevrotica e una sciantosa, ci sono Giovanni e i suoi amici che interpretano uno spettacolo sulla violenza, ma uguale a quello che hanno fatto lo scorso anno, solo che qui non c'è testo, quindi è più semplice, poi c'è una ragazza che interpreta un testo di Virginia Woolf.

E poi c'è Annalisa, che va in scena con la sua amica Simona e un altro ragazzo. Avviene tutto a luci spente. E' una pecca perché non si vedono i corpi sul palco, ma anche nel buio si capisce che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso. Annalisa urla 'Non c'è più fragilità' in francese, altre frasi sparse nel buio, mentre un laptot e due cellulari scandiscono con luci on and off il tempo dello spettacolo.

Voci che gridano, corpi al buio. Non è forse quello che siamo, nella devastante cornice di un mondo che ci vuole non fragili ma perfetti, pronti per eseguire tutti i giorni la stessa performance, il posto di lavoro, i sorrisi stereotipati ai nostri cari, l'emarginazione di chi non ce la fa perché vedere chi non resiste significa interrogarsi sulle proprie debolezze ed è meglio, molto meglio, lasciare lontano da noi tutto questo, non vedere, per non metterci in ginocchio a interrogarci su chi siamo?

E' un piccolo lavoro ovviamente, un piccolo saggio, una decina di minuti o un quarto d'ora, ma ne apprezzo l'alterità, l'assenza di bisogno di ammiccare al pubblico, l'intransigenza. Quando tutti gli spettacoli finiscono e esco dalla sala per accendermi l'ennesima sigaretta, sento delle ragazze che dicono che dello spettacolo di Annalisa e Simona non ci hanno capito un cazzo. So per certo che non è nemmeno colpa del buio, anche se avessero visto i corpi performare sarebbero rimaste stranite.

Però è stato bello vedere questo piccolo saggio di resistenza, resistenza al compiacimento, resistenza all'ammicco, resistenza al coinvolgimento forzoso del pubblico tramite una strizzata d'occhio, un sorriso, una battuta. Niente di tutto ciò. E' un teatro come rito, dove i corpi si mescolano all'elettronica per creare qualcosa che è in linea con tutto quanto ho sempre ricercato nell'arte, un rito postmoderno per corpi prostrati e nudi, affamati e palpitanti di vita contro il freddo della tecnologia che ne scandisce il ritmo.

Finiti gli spettacoli mi avvicino al banchetto dove mi nutro di un paio di fette di torta e di un paio di bicchieri di vino, mentre attorno a me la piccola ma accogliente mondanità del teatro rifiorisce. Per me la serata è Annalisa, riconosco il filo rosso delle nostre discussioni, delle nostre passioni comuni, mentre tutto il resto mi è estraneo come Expo e i black block, o black bloc, insomma quelli nominati dai giornalisti ma che nessuno sa chi siano o che vogliano perché un Poveda che vada in mezzo a loro a documentarli ancora non lo si vede all'orizzonte.

Dopo essermi riempito la pancia mi giro e inizio a guardarmi attorno, saranno passati una decina di minuti dalla fine degli spettacoli e in un angolo trovo Annalisa con un'altra mia amica, Daniela, e mi avvicino. Iniziamo a parlare, Daniela mi ricorda alcune discussioni sul tema prostituzione, poi ci mettiamo a parlare di altro, di cose che ci riguardano, e penso che in fondo basta poco, basta una presenza che ti è affine per spazzare via la plastica del piccolo mondano di una serata a teatro.

Incontro anche un'altra donna, Liliana, che segue i miei social perché trova intense le mie fotografie, così mi dice. E penso che in fondo la mia arte colpisce tanto singole persone, ma non ha presa sulla massa perché anche quei miei bianchi e neri trasmettono il desiderio di uscire da un contesto sociale di massa per spegnere tutto, almeno per un attimo, e mettersi a contemplare una realtà in un'altra realtà, aprire le porte della percezione, insomma cosa da Lotta Comunista.

Io lotto, Annalisa lotta, Simona lotta. Il mondo attorno a noi è rilassato, sbottonato, va a teatro per farsi una risata come a un qualsiasi spettacolo comico. Mi dice Annalisa che è così da un po' di tempo, che di ricerca vera quasi nessuno si occupa più. Penso che ho smesso di scrivere di teatro e di musica nel momento giusto, quando l'arte ha cominciato a sputtanarsi, e che tramite le mie fotografie mi sono nutrito di tutto quanto il mondo dell'arte non avrebbe più potuto darmi.

Non è un caso che mi trovi bene con persone così, che come me non sono adatte a rinchiudersi in una villetta a schiera col cane. Penso anche ad altre persone che ho conosciuto di recente e mi sono rimaste dentro, e penso che in fondo, chi più chi meno, siamo fatti tutti della stessa pasta. E siamo in minoranza. Ma è solo così che voglio vivere. Il resto del mondo, quello che stasera ci ha circondato ma non ci ha vinto, è finto.

Alla fine della serata Annalisa mi riaccompagna in stazione, perché devo prendere un treno per tornare a casa mia. Faccio tutto il percorso cercando di guardare fuori dal finestrino per leggere le indicazioni relative alle fermate, perché è l'ultimo treno e se sbaglio a scendere sono tutti cazzi miei. Poi mi faccio il percorso dalla stazione a casa camminando e fumandomi l'ennesima sigaretta, e penso a quanto sia vuoto il mondo in cui vivo.

C'è tanta gente che con me e Annalisa non si soffermerebbe a perdere il proprio tempo prezioso, perché la vita deve andare avanti, occorre lavorare, produrre, omologarsi, procreare, obbedire alle leggi, mentre noi due crediamo esista uno spazio sacro dove inginocchiarsi, abbandonare il mondo che ci circonda e noi stessi, e lasciarsi andare alle forze dionisiache che ci agitano. Lei lo fa col teatro, io con la fotografia.

Le nostre lingue non sono pure, ma recano sulla punta tutta la sporcizia della polvere e della tempesta. I nostri vestiti sono sporchi di sabbia, la sabbia del tempo. Non abbiamo tempo per truccarci e uscire, a meno che non sia per andare in bettole malfamate dove la vita puzza e il sudore cola sul grasso di chi prova a volare pur non avendo ali, sentendo tutto lo schianto della carne contro il pavimento.

Non so di cosa vivete voi che state là fuori e mi leggete, ma so che tutto quello che vi raccontano, i copioni in cui cercano di imbrigliare le vostre vite, è finzione. Non se nemmeno perché, quando leggete queste righe, non vi scuotete. Non penso che sia perché non sono abbastanza convincente. Non credo mi manchino gli espedienti retorici. Credo proprio che manchi a voi una certa esperienza di vita. O forse vi manca una certa curiosità.

Non vi ha mai sfiorato il dubbio che il mondo non è come ve lo raccontano? Che tutto quello per cui vi affannate sia falso? Non vi è mai successo che la testa vi portasse da una parte, mentre il vostro corpo vi portava in tutt'altra direzione? Mai una disfunzione? Mai qualcosa che vi abbia fatto dubitare della realtà, delle parole, dei miti, di tutto ciò che ci troviamo in casa, dal frigorifero alla lavatrice? Pensate che sia tutto lì dentro, tra quelle mura, sul serio?

Provate ad avvicinarvi a me e Annalisa, alla nostra arte, provate a farvi portare lontano. Dentro di voi. Avete forse rinunciato alla vostra ricchezza interiore, ma l'insoddisfazione, quella che scoppia improvvisa per la strada come i black block, o black bloc, prima o poi vi angoscerà. Ma oggi è più probabile che i vostri problemi siano una rata del mutuo, o una delle mille cose irraggiungibili che vi tengono all'amo come un pesce in un fiume.

Non so cosa fare per smuovervi, non so nemmeno se lo voglio veramente. So che ho fame di anime affini, e che certi incontri mi saziano, mentre altre cose, la maggior parte, mi lasciano completamente indifferente. Non avete nemmeno idea di quante sigarette ho fumato mentre scrivevo queste righe. Non tantissime, vi dico il vero, ma abbastanza. Però posso dirvi il perché fumo: per cacciare via l'odore di morte che mi sento attorno. Quell'odore che promana da me e anche da voi.




Nessun commento:

Posta un commento