martedì 21 luglio 2015

La Parola dell'Altro

Sto lavorando dal 28 di giugno con la regista Elena Rumy e le mie amiche attrici Annalisa Falché e Arianna Di Nuzzo allo spettacolo teatrale La Parola dell'Altro. Lo spettacolo nasce da alcuni avvenimenti reali, ma prende il volo rispetto ad essi per diventare creatura autonoma. Finora durante le prove abbiamo realizzato due sessioni fotografiche, di cui qui vedete alcuni scatti. Domenica ci siamo trovati invece per parlare dello spettacolo, in un bar vicino al teatro dove sperimentiamo.

Lo spettacolo ha come protagoniste due donne, entrambe legate ad un uomo, che si incontrano nello spazio del mondo virtuale. Perché una di loro due si finge uomo per conoscere l'altra. In questo spazio virtuale le due donne, di cui una tenuta all'oscuro della vera identità dell'altra, iniziano ad amarsi. Seguirà un incontro reale il cui esito non vi anticipo, per non togliervi il piacere di venirci a vedere quando il lavoro sarà in scena.

Il testo cui stiamo lavorando per me ha un forte aspetto politico, perché presenta il mondo virtuale, il mondo della parola, delle chat, come un mondo di rappresentazione, un mondo digitale dove sei zero o uno, vero o falso. Questo mondo non ha nulla a che fare col mondo reale, dove una delle due protagoniste se mente lo fa per amore, per conoscere l'altra con cui divide il proprio uomo, e nei confronti della quale si ritrova a provare comunque dei sentimenti.

Ma se ci si riduce alle regole sociali tutto questo discorso diventa incomprensibile, diventa mera finzione e quindi da condannare. Nessuno deve spacciarsi per altro da sé, altrimenti non è etico nel proprio comunicare. Come spiegare nel mondo di tutti i giorni, che sempre di più sottostà alle regole del digitale, che uno scrittore come Bukowski ha costruito un alter ego, Henry Chinaski, a cui demandare l'espressione di sentimenti intimi ma anche l'esplorazione di un mondo che appartiene solo all'alter ego stesso?

Difficile nel nostro mondo vivere di queste scissioni vere e proprie, che però non portano a un allontanamento psicotico dalla realtà bensì a un arricchimento della realtà stessa. Se Elle, la ragazza che si finge uomo, riuscirà a affermare la propria alterità, allora riuscirà a presentarsi al colloquio reale con Giò essendo se stessa, e portatrice di un proprio mondo interiore con sé. Altrimenti, se si sentirà ingabbiata dal mondo delle regole – che è il mondo virtuale, non il mondo reale – non riuscirà nel suo intento e verrà semplicemente smascherata.

Questo è lo snodo attorno al quale ruota lo spettacolo. Per poter essere reale, un individuo deve anche saper mentire, saper infrangere le regole, come fanno tutti coloro che attraversano paesi stranieri senza documenti per arrivare finalmente a ricongiungersi ai propri cari o semplicemente per avere una vita migliore, o come fanno le sex workers che vivono in paesi dove la prostituzione non è considerato un lavoro riconosciuto.

Eppure sono persone vive, palpitanti, portano con sé una spontaneità e una vitalità che il mondo sociale non riesce a comprendere, a inglobare, a incasellare, e per questo spesso li rifiuta, chiamandoli clandestini e respingendoli o imprigionandoli, o considerandole vittime di schiavitù senza libera scelta, paternalisticamente. Durante una discussione a quattro io ed Elena siamo arrivati a dire che la parola, la legge, la società, sono merda.

Sono merda perché servono a nasconderci il fatto che siamo mortali. Che arriverà per tutti un giorno in cui tutto ciò che possediamo, finanche le persone che amiamo, se ne andranno e ci lasceranno per sempre andare lontano, nel nulla. Eppure la parola ha così tanto fascino perché deve distrarci da questa ineluttabilità della morte. Di qui il suo potenziale distraente e la sua capacità di irretire, noi ci sentiamo trascinati verso la parola perché ci distrae dalla paura.

Stessa cosa vale per la società e le sue regole, di cui il mondo virtuale sono una estensione. L'uomo è più grande delle regole sociali, i suoi desideri sono tali da non poter essere contemplati da esse. Per questo limitarsi a vivere secondo le regole significa suicidarsi come individui. L'uomo merita di più, vuole di più, e per questo motivo occorre essere pronti a sperimentare, come fanno le due protagoniste del nostro spettacolo.

La legge e la società ti dicono: non pensare alla morte, pensa a produrre, pensa a contribuire al vivere sociale. Ma l'uomo ha dentro di sé un'altra istanza morale, quella legge dell'amore che consiste nell'amare l'altro per quello che è, mortale e quindi fuori dalla legge. Solo se riusciranno a ottemperare a questa istanza le due nostre protagoniste potranno incontrarsi veramente, fuori dalle regole e fuori dal sociale della realtà virtuale.


Come vi ho detto più sopra non vi accenno nulla della piega che ha preso lo spettacolo, sia per invogliarvi a vederlo quando andrà in scena, sia perché potrebbe ancora cambiare nei prossimi mesi di prove. Posso solo anticiparvi che la fotografia avrà forse la sua parte in scena, a rappresentare un maschile molto junghiano e archetipico che forse sarà il motore dell'incontro tra le due donne. Vi lascio intanto al caldo di questa estate, mentre per noi le prove riprenderanno da settembre.  



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